Una sera, a cena, nella casa della famiglia De Santis a Bari, Aurora, quindici anni, ha fatto un annuncio: «Ho deciso cosa farò da grande. L'influencer.» Il padre ha posato la forchetta. La madre ha sorriso, pensando a uno scherzo. Ma Aurora era serissima. Da sei mesi pubblica video su un social network: consigli di trucco, outfit per la scuola, piccoli racconti della sua giornata. Ha già dodicimila follower e qualche marca di cosmetici le ha mandato prodotti gratis da provare.
«Guadagnerò più di voi, e senza alzarmi alle sei», ha detto. I genitori, entrambi insegnanti, non sapevano se ridere o preoccuparsi. Non sono contrari ai social in sé. Ma temono che Aurora sottovaluti i rischi: l'ansia di avere sempre più «like», i commenti cattivi, la privacy, il tempo tolto allo studio e agli amici veri. E poi pensano che sia un lavoro instabile: oggi va di moda, domani chissà.
Invece di vietare tutto, hanno scelto di parlarne seriamente. Hanno fatto con Aurora un accordo in tre punti. Primo: niente video durante le ore di scuola e di compiti, e i voti non devono peggiorare. Secondo: niente informazioni che permettano di capire dove abita o quale scuola frequenta. Terzo: se un giorno guadagnerà dei soldi, metà andrà su un conto per l'università.
Il padre, poi, ha fatto una cosa inaspettata: si è informato. Ha letto articoli e ha guardato interviste a creatori di contenuti. Ha scoperto che quelli che hanno successo lavorano moltissimo: scrivono testi, studiano le statistiche, montano i video, gestiscono contratti con le aziende. «È un vero lavoro», ammette. «Ma è anche un mondo dove pochissimi ce la fanno.»
Aurora ha accettato l'accordo, anche se a malincuore. Nel frattempo ha cominciato a interessarsi di più a come si fanno i video: le luci, il montaggio, la scrittura. A scuola ha scelto un corso pomeridiano di comunicazione digitale. Forse, dice la madre, non diventerà famosa. Ma potrebbe scoprire una passione per il cinema o il giornalismo.
«Non le chiedo di rinunciare ai suoi sogni», conclude il padre. «Le chiedo solo di avere anche un piano B.»