Per quasi due anni, Chiara, trentotto anni, avvocata a Trento, ha dormito male. Si addormentava senza problemi verso mezzanotte, ma alle tre si svegliava di colpo, con il cuore che batteva forte e la testa piena di pensieri: le udienze del giorno dopo, le email non lette, i soldi, la salute della madre. Restava sveglia fino all'alba, poi si alzava stanchissima. Di giorno beveva cinque o sei caffè per restare concentrata.
All'inizio pensava che fosse un periodo passeggero. Poi la stanchezza ha cominciato a farsi sentire in tutto: era irritabile con il compagno, dimenticava le cose, faticava a concentrarsi al lavoro. «Una volta sono arrivata in tribunale con due scarpe diverse», racconta ridendo. «In quel momento ho capito che dovevo fare qualcosa.»
Il medico di famiglia le ha proposto dei sonniferi, ma Chiara non voleva dipendere da un farmaco. Così l'ha mandata da una specialista dei disturbi del sonno. La dottoressa le ha fatto tenere per un mese un diario del sonno, annotando a che ora andava a letto, quante volte si svegliava, quanto caffè beveva. Poi le ha proposto un percorso di terapia cognitivo-comportamentale per l'insonnia, che ha dato buoni risultati in molti studi.
Le regole erano più severe di quanto Chiara si aspettasse. Niente caffè dopo le due del pomeriggio. Niente telefono né computer nell'ora prima di dormire. Alzarsi sempre alla stessa ora, anche nel fine settimana. E la regola più strana: se non riesci a dormire dopo venti minuti, alzati, vai in un'altra stanza e fai qualcosa di noioso finché non ti torna il sonno. «Il letto deve servire solo per dormire», le ha spiegato la dottoressa. «Non per preoccuparsi.»
Le prime settimane sono state difficili. Chiara era ancora più stanca di prima. Ma dopo circa un mese, qualcosa ha cominciato a cambiare. I risvegli notturni sono diventati più rari e più brevi. Ha ripreso a fare una passeggiata ogni sera lungo l'Adige e ha cominciato a scrivere su un quaderno, prima di dormire, le cose che la preoccupavano, per «lasciarle sulla carta».
Oggi Chiara dorme quasi sempre sei o sette ore di fila. «Non è una magia», dice. «Ogni tanto una notte storta capita ancora. Ma ho smesso di avere paura del letto.»