Sono le sette del mattino quando Rosaria, quarantadue anni, infermiera del 118 a Napoli, prende servizio alla postazione di Fuorigrotta. Insieme a lei ci sono Gennaro, l'autista soccorritore, e Pietro, un medico di trentacinque anni. Controllano l'ambulanza come ogni mattina: il defibrillatore, l'ossigeno, i farmaci, le barelle. «Una cosa dimenticata può costare una vita», dice Rosaria.
Alle sette e quaranta arriva la prima chiamata dalla centrale operativa: un uomo di settant'anni con un forte dolore al petto. Con la sirena accesa, l'ambulanza si fa strada nel traffico del mattino. Gennaro guida con una calma impressionante tra motorini, autobus e macchine in doppia fila. In nove minuti sono sul posto. Pietro fa un elettrocardiogramma: è un infarto. Lo portano subito all'ospedale, dove i cardiologi lo stanno già aspettando.
Non tutte le chiamate sono così drammatiche. Durante la giornata la squadra soccorre una ragazza caduta dal motorino, con una brutta ferita al braccio; una signora anziana che è svenuta per il caldo in un negozio; un bambino che ha ingoiato una moneta, e che per fortuna sta bene. C'è anche una chiamata inutile: un uomo che voleva l'ambulanza per un mal di schiena che aveva da una settimana. «Purtroppo succede spesso», sospira Rosaria. «E mentre siamo lì, magari qualcuno con un'emergenza vera aspetta.»
Il momento più difficile arriva nel pomeriggio: un incidente stradale sulla tangenziale, con due feriti gravi. Ci sono anche i vigili del fuoco e la polizia. Per quaranta minuti la squadra lavora senza fermarsi. Rosaria tiene la mano di una giovane donna spaventata e le parla con dolcezza, mentre Pietro la stabilizza.
Alle sette di sera il turno finisce. Rosaria è stanchissima, ma non vuole cambiare lavoro. «È faticoso, a volte è triste, e lo stipendio non è alto», ammette. «Ma quando una persona che hai soccorso ti ferma per strada e ti dice grazie, capisci che ne vale la pena.» Il suo consiglio a tutti? Imparare le manovre di primo soccorso. «I primi minuti sono i più importanti. E spesso, prima di noi, arriva un passante.»