Per quindici anni Stefano e Ilaria hanno vissuto a Milano, in un trilocale al quarto piano senza ascensore, vicino alla stazione Centrale. Lui lavorava in una società di consulenza, lei in una casa editrice. Correvano tutto il giorno, tra metropolitana, riunioni e traffico. I loro due figli, di sei e nove anni, passavano i pomeriggi tra il doposcuola e il cortile di cemento del palazzo.
Due anni fa hanno preso una decisione che i loro amici hanno definito «una follia»: hanno venduto l'appartamento e si sono trasferiti in una vecchia cascina sulle colline delle Langhe, vicino ad Alba, in Piemonte. Con i soldi della vendita milanese hanno comprato una casa con quattro camere, un orto, un piccolo vigneto e una vista sui boschi di nocciole.
La possibilità di lavorare da remoto è stata decisiva. Stefano ha convinto la sua azienda a lasciarlo lavorare da casa quattro giorni su cinque. Il quinto giorno prende il treno per Milano: due ore e mezza all'andata e altrettante al ritorno. Ilaria, invece, ha lasciato la casa editrice e oggi fa la traduttrice freelance.
«I primi mesi sono stati durissimi», racconta Ilaria. «D'inverno la nebbia era così fitta che non si vedeva il cancello. La connessione internet era lentissima. Il supermercato più vicino è a dodici chilometri, e senza macchina qui non si va da nessuna parte.» Anche i bambini hanno avuto difficoltà: la scuola del paese ha classi di soli dodici alunni, e all'inizio si sentivano «gli stranieri di città».
Con il tempo, però, le cose sono cambiate. I figli oggi corrono nei campi, vanno in bici da soli fino al paese e hanno imparato a raccogliere l'uva durante la vendemmia. Il vicino, un contadino di settant'anni di nome Beppe, ha insegnato a Stefano a curare la vigna. La sera, invece della televisione, la famiglia gioca a carte davanti al camino.
Non tutto è perfetto. Ilaria a volte sente la mancanza dei musei, dei cinema e delle amiche. E le spese per la macchina e il riscaldamento sono più alte del previsto. «Ma quando la mattina apro la finestra e vedo le colline», dice, «so che abbiamo fatto la scelta giusta. Milano è a due ore. La pace, invece, non l'avremmo trovata da nessun'altra parte.»