Caro diario,
sono passate due settimane da quella notte, e solo oggi riesco a scrivere. Abitiamo a Borgo San Martino, un piccolo paese della Romagna, vicino a un fiume che di solito è così basso che d'estate i bambini lo attraversano a piedi. Per questo, quando il sindaco ha diramato l'allerta rossa per la pioggia, nessuno di noi l'ha presa davvero sul serio.
Pioveva da tre giorni senza sosta. Martedì sera, verso le undici, il cellulare ha cominciato a suonare con un messaggio della Protezione Civile: «Rischio esondazione. Salire ai piani alti. Non uscire in strada.» Papà è sceso in cantina per controllare: l'acqua stava già entrando sotto la porta. In pochi minuti la strada davanti a casa è diventata un fiume marrone, che trascinava rami, bidoni della spazzatura e perfino una macchina.
Abbiamo portato al primo piano quello che potevamo: i documenti, le foto dei nonni, il computer, il gatto, che non voleva saperne di essere preso in braccio. Poi abbiamo passato la notte al buio, perché era saltata la corrente, ascoltando il rumore dell'acqua. Mamma piangeva in silenzio. Io guardavo dalla finestra le luci blu dei vigili del fuoco che passavano con i gommoni per soccorrere i vicini più anziani.
La mattina dopo, quando l'acqua si è ritirata, il paese era irriconoscibile. Il piano terra della nostra casa era coperto da trenta centimetri di fango. Il divano, la cucina, la lavatrice: tutto da buttare. La mia bici era sparita.
Ma poi è successa una cosa che non dimenticherò mai. Il sabato sono arrivati centinaia di volontari da tutta Italia, molti di loro ragazzi della mia età, con stivali di gomma e pale. Li chiamano già «gli angeli del fango». Hanno spalato per ore, ridendo e cantando, e una ragazza di Torino mi ha regalato il suo cappellino.
Adesso stiamo dai nonni, in attesa dei rimborsi. Papà dice che con il clima che cambia, questi eventi saranno sempre più frequenti, e che bisogna smettere di costruire vicino ai fiumi. Io so solo che la prossima volta che sentirò un'allerta, la prenderò sul serio.