Da dodici anni Lucia lavora come infermiera nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Parma. È un lavoro che ama profondamente, ma che le chiede moltissimo: turni di dodici ore, notti, weekend, festivi. Nel reparto arrivano i pazienti più gravi, e ogni giorno bisogna prendere decisioni rapide e restare lucidi anche sotto pressione. «Ci sono giornate in cui torno a casa e non riesco nemmeno a parlare», racconta.
Da quando sono nati i suoi due figli, che oggi hanno quattro e sette anni, Lucia si chiede sempre più spesso se continuare a tempo pieno. Il marito lavora come rappresentante e viaggia molto. I nonni abitano lontano. Ogni mese organizzare i turni con la scuola, il nido e le attività dei bambini diventa un puzzle impossibile. L'ospedale le ha offerto la possibilità di passare a un part-time del settanta per cento, con meno notti. Lucia ha un mese per decidere.
I vantaggi del part-time sono chiari. Avrebbe più tempo per i figli, per riposare e forse anche per tornare a nuotare, la sua passione da ragazza. Sarebbe meno stanca e, come dice lei, «più presente, anche quando sono presente».
Ma ci sono anche svantaggi importanti. Lo stipendio diminuirebbe di quasi trecentocinquanta euro al mese, una cifra che si farebbe sentire con il mutuo e due figli. Anche i contributi per la pensione sarebbero più bassi. E poi c'è un timore professionale: in un reparto come la terapia intensiva, dove la tecnologia e le procedure cambiano continuamente, Lucia ha paura di perdere competenze e di essere considerata «meno affidabile» dai colleghi a tempo pieno. C'è anche un senso di colpa: il reparto è già sotto organico, e lei sa che la sua scelta peserebbe sulle colleghe.
Per chiarirsi le idee, Lucia ha fatto una cosa semplice: ha preso un foglio e ha diviso in due colonne vantaggi e svantaggi. Poi ne ha parlato con il marito, con la caposala e con un'amica psicologa. L'amica le ha fatto una domanda che non si aspettava: «Tra dieci anni, di che cosa ti pentirai di più?»
Lucia non ha ancora deciso. Ma quella domanda le gira in testa. «Forse», dice, «la risposta l'ho già. Devo solo avere il coraggio di ascoltarla.»