Quando la direttrice della scuola dell'infanzia in cui lavora le ha detto che doveva frequentare un corso di primo soccorso, Federica, maestra di trentun anni, ha sbuffato. In Italia, infatti, la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro obbliga ogni azienda, scuole comprese, ad avere un certo numero di dipendenti formati come «addetti al primo soccorso». Il corso dura dodici ore, divise in tre pomeriggi, e va aggiornato ogni tre anni. «Pensavo che fosse una delle tante formalità burocratiche», confessa Federica. «Mi sbagliavo completamente.»
Il corso si è svolto nella palestra di un'altra scuola di Ancona. A tenerlo era un infermiere del 118, il servizio di emergenza sanitaria, un uomo di cinquant'anni con la voce calma e decenni di esperienza. Fin dall'inizio ha chiarito una cosa: «In un'emergenza, la prima cosa da fare non è intervenire. È mettere in sicurezza voi stessi e chiamare il 112.»
La parte teorica riguardava le situazioni più comuni: ferite, ustioni, fratture, svenimenti, reazioni allergiche. Ma la parte che ha colpito di più Federica è stata quella pratica. Per un intero pomeriggio, i partecipanti si sono esercitati su manichini di gomma a fare il massaggio cardiaco: le mani sovrapposte al centro del petto, le braccia tese, cento-centoventi compressioni al minuto. «Più forte!», ripeteva l'istruttore. «Dovete spingere il petto di cinque centimetri. Se avete paura di rompere una costola, pensate che senza di voi quella persona muore.»
Hanno imparato anche a usare il defibrillatore, un apparecchio che ormai si trova in molti luoghi pubblici, e la manovra per liberare le vie respiratorie quando qualcuno, adulto o bambino, si sta soffocando con un pezzo di cibo. Per i bambini piccoli, la tecnica è diversa: Federica l'ha ripetuta dieci volte su un manichino a forma di neonato.
Tre mesi dopo, durante la merenda, un bambino di quattro anni ha cominciato a diventare rosso e a portarsi le mani alla gola: un pezzo di mela gli era andato di traverso. Federica non ha esitato. Ha fatto esattamente quello che aveva imparato. Il pezzo di mela è uscito al terzo colpo. Il bambino ha pianto, poi ha ripreso a respirare normalmente.
Quella sera, Federica ha scritto una email all'istruttore. Una sola parola: «Grazie.»