Il giorno in cui Abdoulaye ha giurato fedeltà alla Repubblica italiana, nella sala del consiglio comunale di Padova, indossava il suo unico abito elegante, comprato apposta per l'occasione. Accanto a lui c'erano la moglie, i due figli e Giorgio, il suo ex insegnante di italiano. Quando il sindaco gli ha stretto la mano e gli ha consegnato il decreto, Abdoulaye ha pianto. «Ho pensato a tutta la strada che avevo fatto per arrivare lì», racconta.
Una strada lunghissima. Abdoulaye è arrivato in Italia dal Mali nel 2014, a ventidue anni, dopo un viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo che preferisce non raccontare. Sbarcato in Sicilia, è stato trasferito in un centro di accoglienza in Veneto. Lì ha fatto domanda di protezione internazionale e, dopo quasi due anni di attesa, ha ottenuto lo status di rifugiato.
I primi anni sono stati durissimi. Non parlava una parola di italiano e lavorava nei campi, a raccogliere mele, per pochi euro all'ora. Ma la sera frequentava una scuola di italiano gestita da volontari, dove ha conosciuto Giorgio. «Era il più puntuale di tutti», ricorda l'insegnante. «Anche quando arrivava stanco morto dai campi.» Poi ha preso la licenza media, ha fatto un corso da saldatore e ha trovato un lavoro stabile in una fabbrica metalmeccanica.
Per i rifugiati, la legge italiana prevede che si possa chiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza legale, invece dei dieci richiesti agli altri cittadini non europei. Ma i requisiti sono molti: un reddito sufficiente negli ultimi anni, nessun precedente penale e, dal 2018, un certificato di conoscenza della lingua italiana almeno di livello B1. Abdoulaye ha superato l'esame al primo tentativo.
Ha presentato la domanda online, con decine di documenti tradotti e certificati. Poi è cominciata l'attesa: più di tre anni senza notizie. «Ogni giorno controllavo la posta. A volte pensavo che non sarebbe mai arrivata.» Finalmente, una mattina di marzo, una email della Prefettura: la cittadinanza era stata concessa.
Oggi Abdoulaye ha trentatré anni e ha appena votato per la prima volta. Sua figlia è nata a Padova e parla il veneto meglio di lui. «Mi chiedono se mi sento italiano o maliano», dice. «Io rispondo: tutti e due. L'Italia mi ha dato una seconda vita. Il Mali mi ha dato la prima.»