Mi chiamo Wei Lin, ma a scuola tutti mi chiamano Lina. Ho ventidue anni, sono nata a Prato da genitori cinesi arrivati dalla provincia dello Zhejiang alla fine degli anni Novanta, e studio mediazione linguistica all'università di Firenze. Se mi chiedete qual è la mia lingua madre, non so rispondere. Forse ne ho due. Forse nessuna delle due completamente.
A casa, da bambina, si parlava solo il dialetto di Wenzhou, che è molto diverso dal cinese standard. I miei genitori lavoravano tutto il giorno in un laboratorio tessile e la sera erano troppo stanchi per insegnarmi l'italiano. L'ho imparato all'asilo, giocando con gli altri bambini. A sei anni parlavo già meglio dei miei genitori, e così è cominciato il mio secondo lavoro: fare da interprete.
Accompagnavo mia madre dal medico, in banca, alle riunioni con le maestre. Traducevo lettere del Comune, bollette, contratti. A volte erano cose troppo grandi per una bambina di nove anni. Ricordo il giorno in cui ho dovuto tradurre a mio padre che il laboratorio doveva chiudere per un controllo. Lui mi guardava come se fosse colpa mia. Non lo era, ma per anni mi sono sentita responsabile di tutto.
A scuola, invece, mi sentivo diversa. I compagni erano gentili, ma ogni tanto qualcuno faceva battute sugli occhi a mandorla o mi chiedeva se a casa mangiassimo i cani. Per un periodo, alle medie, mi vergognavo della mia famiglia: non volevo che mia madre venisse a prendermi, perché parlava male l'italiano. Oggi me ne pento.
Il paradosso è che in Cina mi sento ancora più straniera. Quando ci vado d'estate, i cugini ridono del mio accento e del mio modo di vestire. Per loro sono «l'italiana». Per molti italiani sono «la cinese». A lungo ho pensato di non appartenere a nessun posto.
Poi, all'università, ho capito che il mio essere «tra» poteva diventare una forza. Ho deciso di studiare anche il cinese standard, per scriverlo bene. Oggi faccio la volontaria in un'associazione che aiuta le famiglie cinesi di Prato con i documenti e la scuola. Quando vedo un bambino che traduce per sua madre, gli faccio l'occhiolino. So esattamente come si sente.