La riunione dei genitori della seconda C della scuola media «Dante Alighieri» di Novara era convocata per le diciotto. Alle diciotto e trenta l'aula era piena e l'atmosfera già tesa. L'argomento era uno solo: la gita scolastica di tre giorni a Napoli prevista per aprile.
La professoressa Galli, coordinatrice della classe, ha presentato il programma con entusiasmo: viaggio in treno ad alta velocità, visita agli scavi di Pompei, al Museo Archeologico e al centro storico, due notti in un ostello. Poi ha detto la cifra: trecentottanta euro a studente. Nell'aula è sceso il silenzio.
Il primo a parlare è stato il padre di Edoardo, un signore robusto con la giacca di pelle. «Trecentottanta euro sono tanti. Io ho tre figli. Se tutte le scuole fanno così, a fine anno ho speso più di mille euro solo in gite.» Diversi genitori hanno annuito.
La madre di Beatrice, invece, era di un'altra opinione. «Io capisco, ma questi viaggi sono importanti. Molti ragazzi non hanno mai visto Pompei. È un'esperienza educativa, non una vacanza.» Qualcuno ha applaudito.
La discussione si è accesa. Un genitore ha proposto di sostituire Napoli con una gita di un giorno a Torino, più economica. Un altro ha fatto notare che il problema non era la meta, ma l'ostello, che costava troppo. Una madre ha chiesto se fosse giusto che alcuni ragazzi restassero a casa solo perché le famiglie non potevano pagare. «Non dobbiamo creare studenti di serie A e di serie B», ha detto con la voce che tremava.
A quel punto è intervenuto il preside, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio. Ha spiegato che la scuola aveva un piccolo fondo di solidarietà per aiutare le famiglie in difficoltà, in modo riservato. Ha anche proposto di organizzare un mercatino di Natale con i lavori degli studenti per raccogliere soldi e abbassare il prezzo per tutti.
Alla fine si è votato. Ventuno genitori su ventisei hanno approvato la gita a Napoli, a condizione che si cercasse un alloggio meno caro e che nessun ragazzo rimanesse escluso per motivi economici. La professoressa Galli, stanca ma sollevata, ha chiuso la riunione alle otto e un quarto. «Ogni anno la stessa storia», ha mormorato a una collega. «Ma alla fine ci andiamo sempre.»