Era una domenica di ottobre e Tommaso girava senza una meta precisa tra le bancarelle del mercato dell'antiquariato di Arezzo, uno dei più grandi d'Italia. Non cercava niente di particolare: gli piaceva semplicemente guardare gli oggetti del passato, immaginare a chi fossero appartenuti e quali storie potessero raccontare.
A un certo punto, su un tavolo pieno di vecchie radio, orologi rotti e posate d'argento annerite, ha visto una macchina fotografica. Era una reflex degli anni Settanta, nera e argento, con un obiettivo pesante e una custodia di cuoio consumata. Il venditore, un uomo anziano con una sigaretta spenta tra le labbra, ha notato il suo interesse. «Funziona ancora», ha detto. «Era di mio fratello, faceva il fotografo ai matrimoni.»
Tommaso non aveva mai usato una macchina a pellicola. Era cresciuto con lo smartphone, che scatta centinaia di foto senza pensarci. Ma qualcosa in quell'oggetto lo attirava: il peso, il rumore metallico dell'otturatore quando ha provato a scattare, la sensazione di avere in mano uno strumento vero. Il venditore chiedeva centoventi euro. Dopo una trattativa di dieci minuti, l'ha presa per ottanta.
Tornato a casa, ha scoperto che usare quella macchina non era affatto semplice. Ha dovuto guardare decine di video per capire come inserire la pellicola, come regolare il diaframma e il tempo di esposizione, come mettere a fuoco a mano. Il primo rullino, trentasei foto, l'ha portato a sviluppare in uno dei pochi laboratori rimasti in città. Quando è andato a ritirarlo, una settimana dopo, metà delle foto erano completamente nere o bruciate.
Ma l'altra metà lo ha emozionato. I colori erano caldi, un po' sgranati, diversi da qualsiasi filtro digitale. C'era una foto di sua nonna che rideva in cucina, un'altra di un gatto su un muretto al tramonto. Ogni immagine sembrava più preziosa proprio perché non aveva potuto vederla subito.
Da quel giorno Tommaso esce quasi sempre con la vecchia reflex. Scatta meno, ma pensa di più a ogni foto. «Con il telefono fotografavo tutto e non guardavo niente», dice. «Adesso è il contrario.»