Mi chiamo Annalisa e da quindici anni sono farmacista in un piccolo quartiere di Brescia. La gente pensa che il mio lavoro sia solo vendere medicine, ma una mattina qualsiasi dietro il banco è molto più varia di quanto si immagini.
Alle otto e mezza, quando alzo la saracinesca, c'è quasi sempre la signora Teresa, ottantotto anni, che viene a ritirare le sue medicine per la pressione. In realtà, credo che venga soprattutto per parlare. Vive sola e io sono una delle poche persone con cui chiacchiera durante il giorno. Le chiedo dei nipoti, lei mi racconta le sue ricette. Se un giorno non viene, mi preoccupo e chiamo sua figlia.
Verso le nove arrivano i genitori con i bambini malati. Una mamma molto giovane mi ha chiesto se poteva dare a suo figlio di due anni lo stesso sciroppo per la febbre che usa lei. Le ho spiegato che no, per i bambini ci sono dosi e prodotti diversi, e le ho mostrato come calcolare la dose giusta in base al peso. Era così stanca che quasi piangeva. Le ho dato anche un bicchiere d'acqua.
A metà mattina c'è il momento delle ricette elettroniche. Ormai i medici le mandano direttamente al sistema, e il paziente mi dà solo un codice o la tessera sanitaria. Per molti anziani è ancora una novità, e spesso devo spiegare tre volte che non serve più il foglio di carta.
Poi ci sono le richieste più strane. Un ragazzo mi ha chiesto, imbarazzatissimo, qualcosa contro le punture di zanzara «in un posto un po' particolare». Un signore voleva un antibiotico senza ricetta per il suo raffreddore, e si è arrabbiato quando gli ho detto che non era possibile e che, comunque, l'antibiotico non serve contro i virus.
All'una, quando chiudo per la pausa pranzo, sono stanca, ma contenta. A volte penso che una farmacia di quartiere sia un po' come un bar: un luogo dove le persone si fermano, si sfogano e trovano qualcuno che le ascolta. Con la differenza che, invece del caffè, diamo consigli sulla salute.