A ottobre, quando la scuola elementare di suo figlio ha cercato genitori per le elezioni dei rappresentanti, Matteo, trentanove anni, ha alzato la mano quasi senza pensarci. Corriere a Padova, non aveva mai fatto parte di nessuna associazione. «Mi sono detto: mi lamento spesso della scuola, allora tanto vale provare a cambiare le cose.»
Si è candidato come rappresentante di classe e poi anche al consiglio di circolo, insieme a quattro mamme. Insieme hanno scritto un breve programma, distribuito negli zaini dei bambini: più gite scolastiche, una mensa migliore, un cortile più verde. Sono stati eletti, con una partecipazione del sessanta per cento, un dato piuttosto alto.
Il consiglio si riunisce alcune volte all'anno. Intorno al tavolo ci sono il dirigente scolastico, gli insegnanti e i genitori eletti. Si approva il regolamento, si discutono i progetti didattici, i lavori, la sicurezza e la mensa. La prima riunione ha sorpreso Matteo. «Pensavo che avremmo deciso tutto. In realtà molte cose dipendono dal Comune o dal Ministero. Il nostro ruolo è soprattutto portare la voce delle famiglie e fare domande.»
Ha imparato a fare un vero lavoro sul campo. Prima di ogni consiglio i genitori eletti mandano un questionario alle famiglie e raccolgono le loro osservazioni. Alcune sono facili da riferire, altre più delicate, come le lamentele contro un insegnante. Matteo ha imparato a restare diplomatico e a separare i problemi personali dalle questioni collettive.
Il primo anno ha portato qualche vittoria. Grazie alla loro insistenza, il Comune ha messo alberi e panchine nel cortile, e la mensa ora offre prodotti biologici due volte alla settimana. I genitori hanno anche organizzato una festa di fine anno che ha raccolto duemila euro per pagare un campo scuola.
Oggi Matteo si ricandida per un secondo mandato. Suo figlio è orgoglioso. «Il mio papà parla con il preside come un capo», dice ai compagni. Matteo ride: «Non sono un capo. Ma ho capito che la scuola è anche affare dei genitori.»