Un anno fa Marta, trentasei anni, di origine polacca, ha lasciato il suo posto da traduttrice dipendente in una grande azienda di Bologna per mettersi in proprio. Per otto anni aveva tradotto documenti tecnici dall'inglese e dal polacco all'italiano. Le piaceva il suo lavoro, ma soffocava negli open space e sognava di scegliere i suoi progetti.
Aprire la partita IVA è stato più semplice del previsto: con l'aiuto di un commercialista ha scelto il regime forfettario, pensato per i piccoli lavoratori autonomi. Ma il difficile era trovare clienti. Le prime settimane ha mandato più di duecento email ad agenzie di traduzione, case editrici e aziende. Ha ricevuto una decina di risposte e solo tre proposte di lavoro.
I primi sei mesi sono stati stressanti. Alcuni mesi guadagnava duemilacinquecento euro, altri appena seicento. Ha dovuto imparare a gestire questa irregolarità, mettendo da parte i soldi nei mesi buoni. Ha scoperto anche tutti i compiti invisibili del lavoro autonomo: fare preventivi, mandare fatture, sollecitare i clienti che non pagano, versare i contributi. «Passo quasi un giorno alla settimana a fare burocrazia.»
Anche la solitudine è stata una sorpresa. Lavorare da sola a casa, in pigiama, all'inizio sembrava ideale. Ma dopo qualche mese le mancavano i colleghi e le chiacchiere alla macchinetta del caffè. Alla fine ha affittato una scrivania in uno spazio di coworking, due giorni alla settimana. Lì ha conosciuto una grafica e uno sviluppatore, con cui ora collabora su alcuni progetti.
Oggi Marta ha una quindicina di clienti fissi, tra cui un editore che le affida la traduzione di romanzi polacchi: il suo sogno. Le sue entrate sono più stabili, anche se ancora un po' inferiori al vecchio stipendio. «Guadagno un po' meno, ma scelgo i progetti, gli orari e le vacanze. Non tornerei indietro per niente al mondo.»