Ho preso la patente a diciannove anni, al secondo tentativo. Al primo esame di guida, a Pescara, ero così nervosa che ho dimenticato di mettere la freccia in una rotonda e l'esaminatore mi ha bocciata dopo cinque minuti. Al secondo è andato tutto liscio, e quando l'istruttore mi ha dato il foglio rosa firmato ho pianto di gioia nel parcheggio della motorizzazione.
Per qualche mese ho guidato la vecchia utilitaria di mia madre, ma lei ne aveva bisogno per andare al lavoro e litigavamo continuamente. Così ho deciso che era arrivato il momento di comprare una macchina mia. Avevo messo da parte quattromila euro facendo la cameriera il fine settimana, e mio nonno mi ha promesso di aggiungerne mille.
Con quella cifra non potevo permettermi un'auto nuova, quindi ho cominciato a cercarne una usata. Mio zio, che fa il meccanico, mi ha dato tre consigli: controllare sempre il libretto dei tagliandi, non fidarsi dei chilometri troppo bassi e, soprattutto, non innamorarsi del colore. «Una macchina si sceglie con la testa, non con il cuore», mi ha detto.
Naturalmente il primo annuncio che mi è piaciuto era di una piccola cabriolet rossa. Lo zio l'ha guardata, ha ascoltato il motore e ha scosso la testa: perdeva olio e la frizione era quasi finita. La seconda era una berlina grigia, perfetta, ma il venditore non aveva i documenti dei tagliandi. Ci siamo andati via subito.
Alla fine ho trovato una citycar azzurra di otto anni, con sessantamila chilometri, venduta da una signora anziana che non guidava più. Aveva tutti i documenti in una cartellina ordinata e la macchina era pulitissima. Lo zio l'ha provata e ha detto: «Questa va bene.» Abbiamo trattato un po' e l'ho pagata quattromilaottocento euro.
La prima sera sono andata da sola fino al mare e ho guidato lentamente lungo la riviera, con i finestrini abbassati e la musica alta. È stato uno dei momenti più belli della mia vita.