A settembre Riccardo, studente di ingegneria a Pavia, ha comprato un computer portatile nuovo in un grande negozio di elettronica. Ha speso novecento euro, quasi tutti i soldi guadagnati lavorando d'estate in un campeggio. Il commesso gli aveva proposto anche un'estensione di garanzia di tre anni, per centoventi euro, ma Riccardo aveva rifiutato. «Tanto c'è già la garanzia di legge», aveva pensato.
A dicembre, nel pieno della sessione d'esami, il computer ha cominciato a spegnersi da solo. Prima una volta al giorno, poi ogni mezz'ora. Una sera, mentre scriveva una relazione importante, lo schermo è diventato nero e non si è più riacceso. Per fortuna Riccardo aveva salvato i file sul cloud.
Il giorno dopo è tornato al negozio con il computer e lo scontrino. Il ragazzo al banco dell'assistenza ha guardato il portatile e ha detto: «Deve contattare direttamente il produttore. Noi non possiamo fare niente.» Riccardo era confuso. Tornato a casa, ha fatto qualche ricerca e ha scoperto che si sbagliava il commesso, non lui.
In Italia, come in tutta l'Unione Europea, il venditore è responsabile per due anni dei difetti di un prodotto, cioè di quelli che esistevano già al momento dell'acquisto. Nei primi dodici mesi, inoltre, si presume che il difetto ci fosse già, e quindi non è il cliente a doverlo dimostrare. Il negozio, insomma, doveva occuparsene.
Riccardo ha scritto una email formale al servizio clienti, citando il Codice del consumo, e ha allegato lo scontrino e la descrizione del problema. Ha chiesto la riparazione gratuita o, in alternativa, la sostituzione del prodotto. Dopo una settimana di silenzio ha mandato un sollecito, mettendo in copia un'associazione di consumatori.
Questa volta la risposta è arrivata in due giorni, con molte scuse. Il computer è stato ritirato e riparato in tre settimane: era un problema della scheda madre. «Ho perso un po' di tempo», dice Riccardo, «ma ho imparato che conoscere i propri diritti serve davvero.»