Durante una lezione di geografia, la maestra Rossella, insegnante in una scuola elementare di Potenza, si è fermata, ha preso un piccolo apparecchio dalla borsa e se l'è appoggiato sul braccio. Un bambino della seconda fila ha alzato la mano: «Maestra, che cos'è quella cosa? Sei un robot?» La classe è scoppiata a ridere. Rossella, invece di rimproverarlo, ha sorriso e ha chiuso il libro di geografia. «Oggi facciamo un'altra lezione», ha detto. «Vi racconto del mio diabete.»
Rossella, quarantun anni, ha il diabete di tipo 1 da quando ne aveva nove. È una malattia autoimmune: il pancreas non produce più l'insulina, l'ormone che permette agli zuccheri di entrare nelle cellule e diventare energia. Per questo Rossella deve controllare la glicemia molte volte al giorno e iniettarsi l'insulina prima dei pasti. Non è una malattia contagiosa, e non è causata dal mangiare troppi dolci: è un errore che fanno in tanti, ha spiegato.
L'apparecchio sul braccio è un sensore, che misura in continuazione lo zucchero nel sangue e manda i dati al telefono. «Questa è la cosa più importante che dovete sapere», ha detto Rossella ai bambini. «Se un giorno mi vedete pallida, sudata, confusa, se parlo in modo strano, può essere un'ipoglicemia, cioè lo zucchero troppo basso. Allora dovete fare due cose: chiamare subito la bidella o un'altra maestra, e darmi il succo di frutta che tengo sempre nel cassetto della cattedra.»
Poi sono arrivate decine di domande. «Fa male l'ago?» «Puoi mangiare la torta?» «Guarirai?» Rossella ha risposto a tutte con sincerità. Sì, l'ago a volte pizzica. Sì, può mangiare la torta, ma deve calcolare l'insulina. No, per ora non si guarisce, ma con la terapia si può fare una vita normale: lei viaggia, fa trekking, ha due figli.
Un mese dopo, è successo davvero. Durante l'intervallo, Rossella ha avuto un calo di zucchero. Si è seduta, confusa. Sara, otto anni, ha capito subito: ha preso il succo dal cassetto, mentre il suo compagno Elia correva a chiamare la bidella.
«Ero orgogliosa di loro», racconta Rossella. «A volte pensiamo che i bambini vadano protetti dalle cose difficili. Invece, se gli spieghi la verità con parole semplici, capiscono tutto. E sanno essere più coraggiosi di noi.»