Il primo venerdì di ogni mese, nel retro di una piccola libreria della Spezia, succede qualcosa di insolito. Alle nove di sera, una ventina di adulti si siede intorno a quattro tavoli coperti di scatole colorate, dadi, carte e pedine di legno. Ridono, discutono, a volte urlano. Non sono bambini: hanno tra i venticinque e i settant'anni. È la serata dei giochi da tavolo.
L'ha inventata cinque anni fa Michele, il proprietario della libreria, un uomo di cinquant'anni con la barba grigia e una collezione di più di trecento giochi. «Quando ero piccolo, giocavamo a carte e a tombola con la famiglia», racconta. «Poi, crescendo, ho smesso. Dieci anni fa ho scoperto che esiste un mondo enorme di giochi moderni, molto più ricchi e intelligenti di quelli della mia infanzia. Mi sono appassionato.»
I giochi moderni, infatti, sono molto diversi dai classici. Spesso non dipendono solo dalla fortuna dei dadi, ma dalla strategia, dalla capacità di negoziare con gli altri o di collaborare. In alcuni, i giocatori non competono tra loro, ma lavorano insieme contro il gioco: per esempio, per fermare un'epidemia mondiale o per salvare un'isola che sta affondando. Altri durano dieci minuti, altri tre ore.
Il pubblico della serata è molto vario. C'è Cristina, una ingegnera navale che adora i giochi di strategia più complicati. C'è Ugo, pensionato, che viene per «tenere il cervello in allenamento». C'è una coppia giovane che si è conosciuta proprio qui, perdendo insieme contro un drago. E ci sono sempre facce nuove, che Michele accoglie personalmente, spiegando le regole con una pazienza infinita.
Perché, nell'epoca dei videogiochi e degli smartphone, i giochi da tavolo hanno tanto successo? Secondo Michele, la risposta è semplice. «Qui ci si guarda in faccia. Si ride insieme, ci si arrabbia, ci si prende in giro. Il telefono resta in tasca per tre ore. È una cosa rara, oggi.» E aggiunge: «Un gioco da tavolo è una scusa per stare insieme. Il vero gioco sono le persone.»
La serata finisce di solito dopo mezzanotte, con qualcuno che chiede la rivincita. E il mese dopo, puntuali, tornano tutti. Anche Ugo, che dice sempre che è l'ultima volta, perché perde sempre.