Per ventidue anni Patrizia ha lavorato come commessa in un negozio di abbigliamento nel centro di Reggio Calabria. Conosceva tutti i clienti per nome, sapeva consigliare la taglia giusta con un'occhiata e, come dice lei, «avrebbe potuto piegare una camicia a occhi chiusi». Poi, tre anni fa, il negozio ha chiuso: il proprietario non riusciva più a competere con i grandi centri commerciali e con il commercio online.
«Il giorno in cui ho consegnato le chiavi, mi sono sentita vecchia e inutile», racconta. Aveva quarantacinque anni, due figli adolescenti e un mutuo da pagare. Per sei mesi ha mandato curriculum a tutti i negozi della città, ma le rispondevano che cercavano ragazze più giovani, magari con esperienza sui social network.
La svolta è arrivata grazie a un'amica, che lavorava in una casa di riposo. «Perché non fai il corso per operatrice socio-sanitaria?» le ha chiesto. Patrizia all'inizio ha riso: non aveva mai lavorato in ambito sanitario e la vista del sangue la faceva svenire. Ma l'idea le è rimasta in testa.
Il corso durava un anno, con lezioni teoriche la mattina e un tirocinio in ospedale. La parte più difficile, ammette, è stata tornare sui libri dopo venticinque anni. «Studiavo anatomia la sera, al tavolo della cucina, mentre i miei figli facevano i compiti accanto a me. Loro mi interrogavano e ridevano dei miei errori.»
Durante il tirocinio ha scoperto di avere un talento che non sapeva di avere: la capacità di parlare con le persone, di tranquillizzarle, di capire quando hanno paura. «In fondo è la stessa cosa che facevo in negozio», dice. «Ascoltare e mettere le persone a loro agio.»
Oggi Patrizia lavora nel reparto di geriatria dell'ospedale. I turni sono pesanti e lo stipendio non è altissimo, ma dice di non essersi mai sentita così utile. E il sangue? «Mi ci sono abituata. Quasi.»