Alle sei del mattino, davanti alla scuola superiore di Terni, ventitré studenti della classe quarta salgono sul pullman con gli occhi ancora chiusi. Destinazione: Roma, Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati. La visita fa parte di un progetto di educazione civica che la professoressa di diritto, la signora Ferretti, ha preparato per mesi. «Studiare la Costituzione sui libri è importante», dice. «Ma vedere dove nascono le leggi è un'altra cosa.»
L'ingresso è più severo di quello di un aeroporto: metal detector, controllo dei documenti, zaini lasciati al guardaroba. I ragazzi devono vestirsi in modo adeguato: niente pantaloncini, e per i maschi la giacca è consigliata. Tommaso, che ne ha presa in prestito una dal padre, si lamenta che è troppo larga.
Una funzionaria della Camera accompagna la classe nella visita. Spiega che il Parlamento italiano è formato da due camere, la Camera dei Deputati e il Senato, che hanno gli stessi poteri: per questo si parla di «bicameralismo perfetto». Ogni legge deve essere approvata da entrambe nello stesso testo. I deputati sono quattrocento e vengono eletti ogni cinque anni.
Poi arriva il momento più atteso: l'aula. Dalla tribuna riservata al pubblico, i ragazzi guardano il grande emiciclo con i banchi di legno, disposti a semicerchio. Al centro, in alto, c'è il seggio del Presidente della Camera. Quel giorno c'è una seduta in corso, e i deputati stanno discutendo una legge sulla scuola. Alcuni parlano, altri leggono il telefono, altri ancora entrano ed escono. «Pensavo fossero più attenti», sussurra Giorgia, un po' delusa.
Nel pomeriggio, la classe incontra un deputato della loro regione. Gli studenti hanno preparato delle domande: sul lavoro per i giovani, sull'ambiente, sui costi della politica. Il deputato risponde con pazienza, a volte in modo un po' vago. Quando Marco gli chiede perché i giovani dovrebbero andare a votare, se poi niente cambia, lui sorride: «Perché se non votate voi, decidono gli altri al posto vostro.»
Sul pullman del ritorno, la discussione continua. Non tutti sono convinti. Ma la professoressa è soddisfatta: «Se ne parlano anche dopo, vuol dire che la giornata è servita.»