Il sabato sera, in un appartamento al secondo piano di un palazzo antico nel centro di Mantova, il salotto di Irene e Paolo si trasforma. I divani vengono spinti contro le pareti, si portano sedie da tutte le stanze, e al posto del tavolino compare un pianoforte verticale. Alle nove arrivano una quarantina di persone, alcune conosciute, altre no. Ognuno porta qualcosa da bere o da mangiare. Poi le luci si abbassano e comincia il concerto.
Si chiamano «concerti in casa», e in Italia, come in molti altri paesi, sono sempre più diffusi. Musicisti professionisti o emergenti suonano per un pubblico piccolo, in un ambiente privato. Non c'è un biglietto vero e proprio: alla fine si passa un cappello, e ognuno lascia quello che vuole. In media, i musicisti guadagnano più che in un locale, e soprattutto hanno un pubblico che ascolta davvero.
Irene, insegnante di musica alla scuola media, ha avuto l'idea tre anni fa. «Durante la pandemia mi mancavano i concerti in modo terribile», racconta. «Poi ho pensato: perché non portare la musica a casa? I teatri sono belli, ma sono anche grandi e freddi. Qui il musicista è a due metri da te, puoi vedere le sue mani, sentire il suo respiro.»
In tre anni il salotto ha ospitato più di trenta concerti: un quartetto d'archi, una cantante jazz, un chitarrista flamenco, un giovane pianista che ha appena vinto un concorso internazionale. Il passaparola funziona: oggi Irene ha una lista di contatti di trecento persone, e i posti finiscono in poche ore.
Per gli artisti, è un'esperienza diversa da qualsiasi palco. «In un teatro non vedi le facce», spiega Lorenzo, violoncellista. «Qui vedi tutto: chi chiude gli occhi, chi si commuove, chi sorride. È più intimo, ma anche più spaventoso.» Spesso, dopo il concerto, il musicista resta a chiacchierare con il pubblico, racconta la storia dei brani, risponde alle domande.
Naturalmente, ci sono anche dei limiti. I vicini, per esempio. Irene li invita sempre, e finora nessuno si è lamentato, anche perché i concerti finiscono entro le undici. E poi c'è il problema dello spazio. «L'ultima volta qualcuno ha ascoltato dal corridoio, seduto sul pavimento», ride Paolo. «Forse dovremmo cambiare casa. O comprare meno mobili.»