Quando Serena ha ricevuto la lettera del Comune di Monza, ha dovuto leggerla due volte. La sua bambina, Viola, nove mesi, era al ventitreesimo posto nella lista d'attesa per il nido comunale. I posti disponibili erano solo quindici. «In pratica, nessuna possibilità», dice. Il problema era che, a gennaio, Serena doveva tornare al lavoro, come ingegnera in un'azienda di energia, dopo la maternità.
In Italia, la situazione di Serena è molto comune. I posti negli asili nido pubblici bastano solo per circa un bambino su tre. I nidi privati esistono, ma costano spesso tra i cinquecento e i novecento euro al mese, una cifra che per molte famiglie è insostenibile. Non a caso, molte donne, dopo il primo figlio, lasciano il lavoro o passano al part-time.
Serena e il marito Fabio, che lavora come infermiere con turni anche di notte, si sono seduti al tavolo della cucina con un foglio di calcolo. Hanno valutato tutte le possibilità. La prima: un nido privato a due chilometri da casa, settecentocinquanta euro al mese. Con il bonus nido dello Stato, che rimborsa una parte della retta, la spesa scendeva a circa quattrocentocinquanta euro.
La seconda possibilità: una tata, cioè una baby-sitter fissa a casa. La terza: i nonni. La madre di Serena vive a Lecco, a quaranta minuti di macchina, ed è in pensione da poco. Si è offerta subito, ma ha qualche problema alla schiena, e Serena non se la sentiva di chiederle di occuparsi tutti i giorni di una bambina che comincia a camminare.
Alla fine hanno scelto una soluzione mista. Viola va al nido privato quattro mattine alla settimana. Il venerdì sta con la nonna, che arriva il giovedì sera e si ferma a dormire. Serena ha chiesto e ottenuto dall'azienda di lavorare da casa un giorno alla settimana, e Fabio cerca di organizzare i turni per essere libero almeno un pomeriggio.
«È un incastro continuo», sospira Serena. «Basta che Viola prenda la febbre, e salta tutto.» A marzo, intanto, è arrivata una buona notizia: alcune famiglie hanno rinunciato al posto, e Viola è salita al decimo posto nella lista. Da settembre, forse, entrerà nel nido comunale. «Non chiedo miracoli», dice Serena. «Solo che una madre non debba scegliere tra il suo lavoro e sua figlia.»