A Castel del Monte, un borgo di pietra a milleduecento metri sulle montagne dell'Abruzzo, d'inverno vivono meno di quattrocento persone, quasi tutte anziane. Il centro della vita sociale è uno solo: il bar della piazza, gestito da sessant'anni dalla stessa famiglia. Qui, ogni mattina, gli stessi uomini prendono il caffè, leggono il giornale e commentano tutto: il tempo, la politica, le pecore, la squadra di calcio.
Da qualche anno, però, al bar si vedono facce nuove. Sono i «nuovi abitanti»: persone che arrivano dalle città, da Roma, da Pescara, a volte dall'estero, e che hanno comprato una casa nel borgo, spesso a prezzi bassissimi. Alcuni lavorano a distanza, altri sono pensionati che cercano la tranquillità, altri ancora hanno aperto piccole attività: un laboratorio di ceramica, un bed and breakfast, un forno che fa il pane con farine antiche.
L'incontro tra vecchi e nuovi non è stato immediato. «I primi mesi entravo nel bar e tutti smettevano di parlare», ricorda Hannah, una grafica tedesca di quarant'anni arrivata tre anni fa. «Mi salutavano con educazione, ma nessuno mi chiedeva niente. Mi sentivo un'estranea.» Tra gli abitanti storici c'era diffidenza: alcuni temevano che i nuovi arrivati facessero salire i prezzi o cambiassero le abitudini del paese.
Il ghiaccio si è rotto grazie a cose semplici. Hannah ha cominciato a chiedere consigli: come si accende la stufa a legna, dove si compra il formaggio migliore, quando passa lo spazzaneve. «Agli anziani piace insegnare», spiega. Un pensionato romano ha proposto di organizzare un torneo di briscola, il gioco di carte più amato del bar, e ha perso clamorosamente, conquistando la simpatia di tutti. Un giovane programmatore ha aiutato diversi anziani a fare le videochiamate con i nipoti lontani.
Oggi, al bar, i tavoli si mescolano. Zio Peppe, ottantasei anni, pastore per tutta la vita, racconta ad Hannah le storie della transumanza, quando le pecore venivano portate a piedi fino alla Puglia. Lei, in cambio, gli ha fatto un ritratto che ora è appeso dietro il bancone.
«Senza di loro, tra dieci anni qui non ci sarebbe più nessuno», dice la barista, Antonella. «Ci hanno portato vita nuova. E noi gli abbiamo insegnato che qui il caffè si prende con calma.»