Fino a dieci anni fa, a Santo Stefano, un piccolo borgo di pietra sulle montagne dell'Abruzzo, vivevano meno di cento persone, quasi tutte anziane. La scuola aveva chiuso negli anni Ottanta, l'ultimo negozio nel 2009. Le case erano vuote, i tetti crollavano e d'inverno, con la neve, il paese restava isolato per giorni. Sembrava destinato a scomparire, come centinaia di altri borghi dell'Appennino.
Oggi la situazione è molto diversa. Nelle strade si sentono di nuovo le voci dei bambini, ha riaperto un piccolo alimentari e in piazza c'è un bar dove la sera si incontrano abitanti vecchi e nuovi. Come è stato possibile?
Tutto è cominciato con l'idea di un gruppo di giovani del paese, che erano andati a studiare a Roma e a Milano ma non volevano dimenticare le loro radici. Insieme al sindaco hanno creato un progetto: il comune ha comprato alcune case abbandonate e le ha messe in vendita a prezzi simbolici, a condizione che i nuovi proprietari le ristrutturassero entro tre anni e ci vivessero almeno sei mesi all'anno.
La notizia è uscita sui giornali e sono arrivate centinaia di richieste, anche dall'estero. Tra i nuovi abitanti ci sono una coppia di grafici olandesi che lavorano da casa grazie alla fibra ottica, un falegname di Napoli che ha aperto una bottega e una famiglia romana con tre figli, che ha deciso di lasciare il traffico della capitale.
Non tutto, però, è stato semplice. Alcuni anziani all'inizio erano diffidenti: temevano che il paese si trasformasse in un villaggio per turisti. «Ci sono state discussioni accese», racconta Ernesto, ottant'anni. «Ma poi i ragazzi nuovi hanno cominciato a partecipare alle feste del santo, a chiederci le ricette, a imparare il dialetto. Adesso sono dei nostri.»
La sfida più grande resta la scuola. Per riaprirla servono almeno dieci bambini. Quest'anno sono otto. «Ne mancano solo due», dice il sindaco sorridendo. «Siamo ottimisti.»