Quando Teresa era bambina, a Bari, negli anni Settanta, le notizie arrivavano in casa in due modi: con il giornale che il padre comprava ogni mattina all'edicola sotto casa, e con il telegiornale delle otto di sera. «A cena dovevamo stare zitti», ricorda. «Mio padre ascoltava il telegiornale come se fosse la messa.»
Oggi Teresa ha sessantadue anni e il giornale di carta lo compra solo la domenica, per abitudine e per l'inserto culturale. Durante la settimana legge le notizie sul tablet, di solito a colazione. «All'inizio non mi piaceva», ammette. «Mi sembrava che le notizie online fossero meno serie. Poi mi sono abituata. È comodo e posso leggere giornali diversi, anche stranieri.»
Suo figlio Marco, trentacinque anni, non ha mai comprato un giornale in vita sua. Si informa con le newsletter che riceve per email e con alcuni podcast che ascolta in macchina, andando al lavoro. «Preferisco approfondire poche notizie piuttosto che leggere cento titoli», spiega. La televisione la accende solo per le partite.
La più giovane della famiglia, Giorgia, diciassette anni, segue le notizie quasi solo sui social network, attraverso brevi video. Sua nonna è preoccupata: «Come fa a sapere se quello che vede è vero?» Giorgia risponde che a scuola hanno fatto un corso sulle notizie false e che lei controlla sempre la fonte. «Non è vero che i giovani non si informano», dice. «Ci informiamo in un altro modo.»
Secondo gli esperti, la storia di questa famiglia è tipica. In Italia le vendite dei quotidiani sono diminuite di più della metà negli ultimi vent'anni, mentre aumentano le persone che si informano online. Il problema, dicono, non è il mezzo, ma la qualità: tra tanta informazione veloce e gratuita, diventa sempre più difficile distinguere le notizie serie dalla propaganda.
In una cosa, però, tutti e tre sono d'accordo: la sera, a cena, il telefono resta in un'altra stanza.