Ogni sabato mattina, mentre i suoi amici dormono ancora, Gabriele, ventiquattro anni, prende la bicicletta e pedala per venti minuti fino al canile municipale alla periferia di Perugia. Ci va da tre anni, con il caldo e con il freddo, e dice che è diventata la parte più importante della sua settimana.
Tutto è cominciato quasi per caso. Durante l'università aveva adottato un cane, Birba, una meticcia nera con un orecchio storto. Quando è andato a prenderla, il responsabile del canile gli ha detto che cercavano sempre volontari. «Ho pensato: ci provo per un mese», racconta. «Non immaginavo che sarebbe diventata una passione.»
Il lavoro dei volontari è meno romantico di quanto si pensi. La prima cosa da fare è pulire i box, e i cani sono quasi ottanta. Poi bisogna cambiare l'acqua, preparare le ciotole e, soprattutto, portare fuori i cani a passeggio. «Molti di loro escono solo grazie a noi», spiega Gabriele. «Per un cane che passa tutta la giornata in un box, mezz'ora nel bosco è una festa.»
La parte più difficile, secondo lui, è affezionarsi. C'è stato Tobia, un vecchio pastore tedesco che nessuno voleva perché aveva dodici anni ed era malato. Gabriele lo portava a passeggio ogni sabato, sempre sulla stessa strada, molto lentamente. Quando è morto, l'inverno scorso, ha pianto come per un amico.
Ma ci sono anche giornate meravigliose. Il momento più bello è quando un cane viene adottato. Gabriele racconta di un cucciolo trovato in un sacco vicino al fiume, spaventato e magrissimo, che adesso vive con una famiglia con tre bambini e dorme sul divano.
Il canile è sempre alla ricerca di nuovi volontari, soprattutto giovani. «Non serve esperienza», dice Gabriele. «Serve solo un po' di tempo, delle scarpe comode e la voglia di sporcarsi.»