Quando ha ricevuto l'email, Lucía ha dovuto leggerla tre volte per crederci. Uno studio di design di Torino, uno dei più conosciuti in Italia, la invitava a un colloquio per un posto di grafica. Lucía, trentun anni, era arrivata da Valencia otto mesi prima per seguire il suo compagno, che lavora come ricercatore al Politecnico. Da allora aveva mandato più di quaranta candidature, ricevendo quasi solo silenzio.
Si è preparata per una settimana intera. Ha aggiornato il portfolio, ha studiato la storia dello studio e ha chiesto a un'amica italiana di farle delle domande di prova. «Il mio problema non era il lavoro», racconta, «ma la lingua. Avevo paura di bloccarmi o di non capire le domande.»
Il giorno del colloquio è arrivata con mezz'ora d'anticipo e ha fatto due volte il giro dell'isolato per calmarsi. Ad aspettarla c'erano due persone: la direttrice creativa, una signora elegante sulla sessantina, e un giovane responsabile del personale. Dopo le domande sulla sua esperienza, è arrivata quella che temeva di più: «Perché dovremmo scegliere lei e non un candidato italiano?»
Lucía ha respirato profondamente. Ha risposto che proprio perché veniva da un'altra cultura poteva portare un punto di vista diverso, e che aveva già lavorato per clienti internazionali in tre lingue. Poi ha mostrato un progetto per una catena di alberghi spagnola. La direttrice ha sorriso per la prima volta.
Verso la fine ha commesso un piccolo errore: invece di dire «sono emozionata» ha detto «sono eccitata», e il ragazzo del personale ha fatto fatica a non ridere. Lucía è diventata rossa, ma ha riso anche lei e ha chiesto scusa. «Anche questo fa parte dell'integrazione», ha detto la direttrice.
Due settimane dopo è arrivata la risposta: un contratto di prova di sei mesi. Lucía ha cominciato a marzo.